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PER UNA ANTIMAFIA SOCIALE
In poco meno di una settimana la guerra di ‘ndrangheta ha prodotto 5 morti ammazzati e la Calabria ritorna agli “onori della cronaca” per l’ennesimo ed inquietante intreccio perverso fra mondo dell’impresa e criminalità organizzata. La brutale esecuzione dell’imprenditore edile sulla SS 280 che collega Catanzaro a Lamezia Terme ci parla di un’incontenibile capacità di controllo e gestione di tutto ciò che in Calabria e, ancor più fuori regione, crea ricchezza e profitti.
Non spetta a noi sostituirci alla magistratura, ma certamente i recenti fatti di cronaca ci pongono degli interrogativi di natura politica. Ancora una volta, infatti, lo stato risponde alle faide locali incrementando il numero delle forze dell’ordine sul territorio: 100 uomini in più a Crotone; fermo poi accorgersi che sono pochi ed allora prende impegni a mandarne qualcun’altro in più. Un copione letto e riletto centinaia di volte negli ultimi 30 anni. I Governi che si sono susseguiti in Italia, sia essi di Centrosinistra o di Centrodestra, hanno avuto un unico comun denominatore, quello cioè di minimizzare la potenza delle mafie o al massimo di redigere relazioni in Commissione Antimafia buone solo per fare campagna elettorale, come appunto la relazione della Commissione uscente presieduta dall’on. Forgione, complice anch’egli di un Governo politicamente immobile sul tema dell’antimafia.
La Relazione, per molti aspetti, ci porto indietro di 20 anni in termini di analisi del “fenomeno ‘ndrangheta” e, sotto altri, si limita semplicemente a riprendere analisi, fatti, ed osservazioni reperibili, nella quasi totalità, nelle relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia.
La mancanza di un analisi adeguata - non superficiale - delle diverse realtà territoriali in cui la ‘ndrangheta esercita la sua signoria territoriale, ha portato ad una analisi asettica del problema.
I diversi paragrafi relativi alle principali “centrali” della ‘ndrangheta in cui viene suddivisa la relazione, si limitano semplicemente a descrivere il fenomeno mafioso come un fenomeno complesso ma che poggia le base su una società arcaica che, soltanto da poco, ha effettuato il grande salto di qualità aprendosi ai mercati nazionali ed internazionali.
Basta leggere, ad esempio, il paragrafo che riguarda Lamezia Terme, realtà che ha vissuto un escalation di violenza impressionante e dove sono presenti oltre 30 sportelli bancari, alcuni dei quali anche sotto controllo per operazioni di riciclaggio di danaro sporco, un Consiglio Comunale sciolto ben due volte in dieci anni per infiltrazioni mafiose, un Sindaco ed un’Amministrazione Comunale che non si creano molti scrupoli nell’andare ad inaugurare i centri commerciali ed i saloni automobilistici gestiti da una delle famiglie più potenti del lametino: qui la relazione, in 4 misere pagine, non va oltre i fatti reperibili facilmente negli archivi dei quotidiani locali.
Ancora, la situazione della Giunta Loiero e, più in generale, della politica locale la conosciamo tutti: esiste ormai un livello di inquinamento della politica Calabrese e delle Istituzioni pubbliche che lambisce tutti (abbiamo finanche esponenti di Rifondazione Comunista rinviati a giudizio); una “società mafiogena” dove diventa sempre meno limpida la linea di demarcazione tra lecito ed illecito, legale ed illegale.
Eppure la Commissione presieduta dall’On. Forgione non ha pensato minimamente di ipotizzare, non dico lo scioglimento ma almeno una commissione di accesso che possa vagliare tutti gli atti amministrativi di questa Giunta.
Ci chiediamo, allora, perché buona parte della Sinistra l’Arcobaleno - che pure a parole è impegnata sul fronte dell’antimafia - è dentro questa giunta regionale e sostiene le scelte politiche di Loiero?
Ci sorge il dubbio che gli atti forti di intervento non debbano interessare le Giunte regionali o le Amministrazioni Comunali “amiche” con le quali da qui a pochi giorni si inizierà, a braccetto, la campagna elettorale!
L’analisi che ci conduce a smascherare gli intrecci tra ‘ndrangheta, politica, massoneria e poteri statali sono cosa ben nota a chi in Calabria, come nel resto del Mezzogiorno d’Italia, si occupa di dare una risposta a questo strapotere.
Ne sanno qualcosa i morti ammazzati in Calabria per aver alzato la testa: compagni come Rocco Gatto, Ciccio Vinci, Peppe Valerioti, Giovanni Losardo o i giovani anarchici di Reggio hanno pagato un caro prezzo per le loro idee!
Chi studia il fenomeno sa che il “salto di qualità” la ‘ndrangheta l’ha fatto negli anni ’70: i rapporti dei clan egemoni nel reggino con esponenti della massoneria coperta, della destra eversiva e dell’imprenditoria sono fatti che la storia di questo paese già conosce anche se non a sufficienza.
È chiaro, quindi, che per alcuni fare antimafia significa soprattutto o unicamente sostenere i magistrati impegnati in inchieste sulla mafia, praticare un'educazione alla legalità astratta e formalistica, coltivare idee di mafia stereotipe (emergenza, antistato), delegare a leaders più o meno carismatici, predicare l'unanimismo ("la lotta contro la mafia debbono farla tutti, non ha colore").
Per altri - e per noi di Sinistra Critica - vuol dire invece impegnarsi in un'analisi controcorrente e in iniziative di denuncia e di proposta che richiedono necessariamente rotture e prese di distanza, con il rischio probabile dell'isolamento, sicuramente non voluto per il gusto di distinguerci.
Qui si pone, allora, il problema della riflessione su quella che Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato ha chiamato "borghesia mafiosa".
Visione che si fonda sui legami, documentabili, tra capimafia, professionisti, imprenditori, banche, amministratori e politici, che rendono praticabili le molteplici attività svolte dai mafiosi.
A nostro avviso quindi l’antimafia o è “antimafia sociale” o altrimenti si fossilizza sull’insufficiente educazione alla legalità ed al rispetto delle leggi tout court!
In Calabria le formazioni politiche della sinistra di governo ed il sindacato confederale hanno ignorato e continuano ad ignorare la centralità del problema della disoccupazione e dell'emarginazione, lasciando libero campo alla ‘ndrangheta come fornitrice di reddito con il denaro facile e produttrice di ruoli sociali con l'affiliazione alle organizzazioni criminali e il coinvolgimento nelle attività illegali e legali.
Dobbiamo quindi riempire questo vuoto storico, organizzando il territorio con un tessuto diffuso di gruppi e luoghi di aggregazione, progettando il cambiamento.
E’ necessario ed urgente avviare un attività intergrata coinvolgendo gli strati popolari: autoeducazione ed autoanalisi, preparazione e organizzazione di lotte e di spazi di aggregazione sul tema dell'occupazione, dei diritti sociali, della difesa dell’ambiente, ecc.
Ripensare, infine, le presenze nel territorio: luoghi di lavoro, centri sociali, quartieri di periferia, aree industriali e porti, ecc… devono diventare presidi permanenti di resistenza allo strapotere mafioso e luoghi di controcultura e controinformazione.
31.03.2008
Gennaro Montuoro
Coordinamento Regionale Sinistra Critica