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Coordinamento Regionale di Sinistra Critica Calabria
Contributo all’assemblea di Crotone del 15 marzo 2008
In questa breve nota abbiamo voluto sottolineare la posizione di Sinistra Critica rispetto alla lotta alla ‘ndrangheta e, più in generale, su come noi intendiamo fare lavoro politico con le realtà di lotta presenti sul territorio calabrese.
Lo vogliamo fare partendo da una lettura critica della Relazione sulla ‘ndrangheta pubblicata, di recente, dalla Commissione Parlamentare Antimafia e approvata all’unanimità (fatto strano ed inquietante oltre che unico nella storia della Commissione).
Una Relazione che per molti aspetti ci porto indietro di 20 anni in termini di analisi del “fenomeno ‘ndrangheta” e, sotto altri, si limita semplicemente a riprendere analisi, fatti, ed osservazioni reperibili, nella quasi totalità, nelle relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia.
La mancanza di un analisi adeguata - non superficiale - delle diverse realtà territoriali in cui la ‘ndrangheta esercita la sua signoria territoriale ha portato ad una analisi asettica del problema.
I diversi paragrafi relativi alle principali “centrali” della ‘ndrangheta in cui viene suddivisa la relazione, si limitano semplicemente a descrivere il fenomeno mafioso come un fenomeno complesso ma che poggia le base su una società arcaica che, soltanto da poco, ha effettuato il grande salto di qualità aprendosi ai mercati nazionali ed internazionali.
Basta leggere, ad esempio, il capitolo che riguarda Lamezia Terme, realtà che ha vissuto un escalation di violenza impressionante e dove sono presenti oltre 30 sportelli bancari, alcuni dei quali anche sotto controllo per operazioni di riciclaggio di danaro sporco (ad esempio, per restare in loco, la Banca Popolare di Crotone…), un Consiglio Comunale sciolto ben due volte in dieci anni per infiltrazioni mafiose, un Sindaco ed un’Amministrazione Comunale che non si creano molti scrupoli nell’andare ad inaugurare i centri commerciali ed i saloni automobilistici gestiti da una delle famiglie più potenti del lametino. I Iannazzo appunto.
Ancora, la situazione della Giunta Loiero e, più in generale, della politica locale la conosciamo tutti: esiste ormai un livello di inquinamento della politica Calabrese e delle Istituzioni pubbliche che lambisce tutti (abbiamo finanche esponenti di Rifondazione Comunista rinviati a giudizio); una “società mafiogena” dove diventa sempre meno limpida la linea di demarcazione tra lecito ed illecito, legale ed illegale.
Eppure la Commissione presieduta dall’On. Forgione non ha pensato minimamente di ipotizzare, non dico lo scioglimento ma almeno una commissione di accesso che possa vagliare tutti gli atti amministrativi di questa Giunta.
Ci sorge il dubbio che gli atti forti di intervento non debbano interessare le Giunte regionali o le Amministrazioni Comunali “amiche” con le quali da qui a pochi giorni si inizierà, a braccetto, la campagna elettorale!
L’analisi che ci conduce a smascherare gli intrecci tra ‘ndrangheta, politica, massoneria e poteri statali sono cosa ben nota a chi in Calabria, come nel resto del Mezzogiorno d’Italia, si occupa di dare una risposta a questo strapotere. Ne sanno qualcosa i morti ammazzati in Calabria per aver alzato la testa: compagni come Rocco Gatto, Ciccio Vinci, Peppe Valerioti, Giovanni Losardo o i giovani anarchici di Reggio hanno pagato un caro prezzo per le loro idee!
Chi studia il fenomeno sa che il “salto di qualità” la ‘ndrangheta l’ha fatto negli anni ’70: i rapporti dei clan egemoni nel reggino con esponenti della massoneria coperta e della destra eversiva sono fatti che la storia di questo paese già conosce anche se non a sufficienza.
Ruoli di primissimo piano hanno avuto persone come Paolo Romeo ex missino ed ex di Avanguardia Nazionale, ritenuto una figura di spicco nel legame tra mafia calabrese e destra eversiva, oppure Amedeo Matacena di Forza Italia figlio di una figura storica della città di Reggio, armatore e fra i capi della rivolta del “Boia chi molla” degli anni '70.
Il nome di Paolo Romeo compare in un inchiesta della Procura di Reggio Calabria, conclusasi nel Dicembre (1994), relativa alle alleanza fra gruppi fascisti, 'ndrangheta e massoneria durante la rivolta di Reggio. L’inchiesta dimostrò l' esistenza di un'alleanza operativa fra Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, i servizi segreti, Paolo Romeo (allora deputato del PSDI che avrebbe aiutato Franco Freda ad espatriare nel' 78 in Costariza), le logge coperte della massoneria e la mafia calabrese.
In quella stessa inchiesta viene accertato che la strage della Freccia del Sud, il treno che il 22 luglio 1970 deragliò vicino alla stazione di Gioia Tauro, causando 6 morti e 139 feriti, fu organizzato da tre fascisti legati alla 'ndrangheta. E fu proprio la ‘Ndrangheta, per il tramite del pentito Lauro a procurare a personaggi quali Pardo, Schirinzi, Silverini e Moro (tutti appartenenti all’area di estrema destra), l’esplosivo poi adoperato per l’attentato al treno.
È chiaro, quindi, che per alcuni fare antimafia significa soprattutto o unicamente sostenere i magistrati impegnati in inchieste sulla mafia, praticare un'educazione alla legalità astratta e formalistica, coltivare idee di mafia stereotipe (emergenza, antistato), delegare a leaders più o meno carismatici, predicare l'unanimismo ("la lotta contro la mafia debbono farla tutti, non ha colore").
Per altri – e per noi di Sinistra Critica - vuol dire invece impegnarsi in un'analisi controcorrente e in iniziative di denuncia e di proposta che richiedono necessariamente rotture e prese di distanza, con il rischio probabile dell'isolamento, ma che sicuramente non viene cercato per il gusto di distinguerci.
Qui si pone, allora, il problema della riflessione su quella che Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato ha chiamato "borghesia mafiosa".
Visione che, ben lontana dal postulare una criminalizzazione generalizzata, si fonda sui legami, documentabili, tra capimafia, professionisti, imprenditori, banche, amministratori e politici, che rendono praticabili le molteplici attività svolte dai mafiosi.
Le critiche spesso mosse a tale visione si fondano - più implicitamente che esplicitamente - sul fatto che la mafia possa considerarsi una classe o frazione di classe e si ritiene obsoleta un'analisi che faccia riferimento alle classi sociali. In effetti, i gruppi mafiosi hanno composizione sociale transclassista e il blocco sociale entro cui agiscono è anch'esso transclassista.
Solo che tanto gli uni che l'altro sono contrassegnati da una forte disuguaglianza (capi e gregari, soggetti con differente ruolo sociale e diversa dotazione culturale ed economica) e si possono concretamente individuare, all'interno del fenomeno mafioso considerato complessivamente, rapporti di dominio e di subalternità.
Allora l'analisi di classe, se non cristallizzata su modelli rigidi, è lo strumento più appropriato per leggere le società contemporanee se, chiaramente, riesce a darsi le articolazioni necessarie per seguire dinamiche sociali complesse e in movimento.
Un terreno in larga parte da costruire se si tiene conto che il Marx teorico non è andato al di là del frammento contenuto nel cinquantaduesimo capitolo del Capitale, dedicato appunto alle classi, che contiene solo una pagina e mezza e l'accenno alle "tre grandi classi della società moderna", cioè gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari, è accompagnato da un'avvertenza: c'è un "infinito frazionamento di interessi e di posizioni" (K. Marx 1965, pp. 1003 s.) e il Marx storico (Il 18 brumaio, Lotte di classe in Francia) ha elaborato modelli plurali e fluidi che vanno ripensati e adattati ai contesti sociali in esame.
A nostro avviso quindi l’antimafia o è “antimafia sociale” o altrimenti si fossilizza sull’insufficiente educazione alla legalità ed al rispetto delle leggi toucour!
In Calabria le formazioni politiche della sinistra di governo ed il sindacato confederale hanno ignorato e continuano ad ignorare la centralità del problema della disoccupazione e dell'emarginazione, lasciando libero campo alla ‘ndrangheta come fornitrice di reddito con il denaro facile e produttrice di ruoli sociali con l'affiliazione alle organizzazioni criminali e il coinvolgimento nelle attività illegali e legali.
Dobbiamo quindi riempire questo vuoto storico, organizzando il territorio con un tessuto diffuso di gruppi e luoghi di aggregazione, progettando il cambiamento.
E’ necessario ed urgente avviare un attività intergrato coinvolgendo gli strati popolari: autoeducazione ed autoanalisi, preparazione e organizzazione di lotte e di spazi di aggregazione sul tema dell'occupazione, dei diritti sociali, della difesa dell’ambiente, ecc.
Ripensare, infine, le presenze nel territorio: luoghi di lavoro, centri sociali, quartieri di periferia, aree industriali e porti, ecc… devono diventare presidi permanenti di resistenza allo strapotere mafioso e luoghi di controcultura e controinformazione.